COSE DI CASA

Terzo appuntamento con la rubrica di Daniele Casadei
20.02.2018 23:38 di Carlo Dall'Aglio  articolo letto 143 volte
Fonte: Daniele Casadei
COSE DI CASA

Mentre tutti i campionati di basket continuano nella loro marcia incessante verso la parte conclusiva della stagione, la Serie A si ferma per le Final 8 di Coppa Italia, un trofeo che alle nostre latitudini si ritiene importante solo se conquistato. Non frega mai a nessuno di fare la Coppa Italia, a meno che non la si vinca, allora giù con magliette celebrative, stendardi appesi al soffitto del palazzetto e celebrazioni.

Trionfatrice in questo 2018 è la Fiat Torino che vince mandando in scena una delle storie più incredibili degli ultimi anni di palla a spicchi, una situazione quasi surreale fatta di due allenatori dimissionari in poco più di un mese, di un ambiente criticato a più riprese da tifosi, appassionati ed addetti ai lavori; in questa trincea il gruppo si è cementato, ha accolto ed integrato un nuovo giocatore, ha assorbito le critiche trasformandole in motivazioni ed è riuscita a superare le avversarie ben più quotate canestro dopo canestro.

E’ il basket, baby. E’ uno sport dove la condizione fisica e mentale vanno a braccetto, dove il talento spesso non basta a sconfiggere la rabbia e la fame, dove l’intensità può sopraffare l’abilità e dove l’energia e l’entusiasmo travolgono chi si vanta di una superiorità presunta. E’ successo alla Reyer Venezia, campione d’Italia in carica, tornata mestamente nella laguna, ad Avellino e soprattutto a Milano, all’ennesima stagione di aspettative disattese.

E mentre a Bologna, Cantù, Brescia e Cremona basta partecipare, con la speranza che il futuro riservi altre e migliori soddisfazioni, nel capoluogo lombardo ci si interroga nuovamente su quale maledizione si annidi tra le scarpette rosse, su quale sia il pezzo mancante del puzzle per costruire una grande squadra. I soldi non mancano (finchè Armani non si stancherà di questa situazione), i grandi nomi neppure (Simon, Raduljica, Hickman, Kuzminskas, Goudelock, solo per citarne alcuni degli ultimi anni), i grandi allenatori neanche (Banchi, Repesa, Pianigiani), quindi? Vedi sopra, la presunta superiorità sulla carta non basta a vincere trofei, serve una mentalità vincente, la voglia di aiutarsi in campo, la disponibilità ad essere parte di un gruppo e non primadonna.

Infine, lasciatemi gioire perchè si sono finalmente visti sprazzi di italianità vera: i fratelli Vitali, Sacchetti, Mazzola, Poeta, giocatori che non hanno solo fatto da contorno a stranieri con un pedigree molto più pesante, ma che si sono dimostrati decisivi a più riprese durante tutte le partite. Affamati. Intensi. Attaccati alla maglia che indossano. E quindi più forti degli stranieri che hanno più talento ma meno voglia. Chissà quando ci arriveranno i dirigenti di certe squadre...