COSE DI CASA

Continua la rubrica di Daniele Casadei
28.02.2018 10:31 di Carlo Dall'Aglio  articolo letto 273 volte
Fonte: Daniele Casadei
COSE DI CASA

Ho cominciato a giocare a basket che non avevo neanche 6 anni, ora ne ho 37; tutta la mia vita è stata scandita dal rimbalzo della palla a spicchi, dal suono della retina, mio padre giocava a basket, ed io mi sono innamorato di questo sport in maniera quasi inconsapevole.

C’è stato un momento però, quando avevo 15 anni, una “sliding door”, un bivio, una decisione che ha segnato la mia vita, col senno di poi: smisi con il basket, andai a giocare a pallavolo. Ero adolescente, con tutto ciò che comporta, ed ero in guerra col canestro; ero stanco di quella palla arancione, offeso da un allenatore che non mi considerava quanto pensavo di meritare, frustrato perchè alcuni dei miei amici stavano smettendo di giocare. Io allora decisi di mollare tutto.

Cominciai a giocare a pallavolo, per tre o quattro mesi mi sono divertito, e molto. Ho conosciuto gente nuova e mi sono “disintossicato”; ma ci sono cose nel mondo che non ci è concesso di cambiare, e la mia passione per la pallacanestro evidentemente non aveva intenzione di scendere a compromessi con le mie turbe giovanili. Ripresi alla Spes, in un contesto meno competitivo e meno opprimente di quello che avevo vissuto negli ultimi anni in bianco-rosso e dove mi sentivo a mio agio. Mi era tornata la voglia di giocare, di competere, di divertirmi che mi era venuta a mancare pochi mesi prima; quasi senza accorgermene la stagione era finita, arrivava l’estate e l’unico basket che mi interessava si giocava sul cemento di un campetto a cui sono particolarmente legato ancora oggi... la Volta.

In quei mesi afosi, che per un sedicenne significano vacanze, mare e svago, ci fu una persona che mi assillò continuamente: veniva al campetto per parlarmi, telefonava a casa, parlava con i miei genitori. Era una persona che ha speso 3 mesi a cercare di convincere un ragazzo di 16 anni a tornare all’Andrea Costa perchè era assolutamente certo che sarei diventato un giocatore di basket. Ricordo ancora che non gli diedi una risposta definitiva neanche la sera prima che cominciasse la preparazione atletica, ero combattuto, non sapevo decidere se ributtarmi nella mischia o meno; i miei genitori lasciarono a me l’ultima parola, volevano che capissi la responsabilità di prendersi un impegno di quel tipo.

Arrivai in palestra il mattino successivo in leggero ritardo, ricordo il suo abbraccio e ricordo i compagni di una vita che mi accolsero come se non fosse passato quell’anno “sabbatico”.

Era il 1997, 10 mesi dopo l’Andrea Costa avrebbe raggiunto la storica promozione in serie A, e nell’agosto successivo sarei stato aggregato alla prima squadra, un allineamento astrale che mi ha permesso di migliorare esponenzialmente e diventare un giocatore di basket a tutti gli effetti.

La lista delle persone che dovrei ringraziare per questi 20 anni di basket sarebbe lunghissima, magari prima o poi la compilerò sul serio per vedere cosa ne viene fuori... ma in cima alla lista, insieme ai miei genitori che mi hanno messo la palla in mano, ci andrà sicuramente questa persona, con la sua incrollabile pazienza e costanza nel cercare di convincermi a diventare ciò che secondo lui ero destinato ad essere.

Grazie Gianluca Dall’Osso