COSE DI CASA

Sempre più emozionante la rubrica di Daniele Casadei
 di Carlo Dall'Aglio  articolo letto 1345 volte
Fonte: Daniele Casadei
Daniele Casadei
Daniele Casadei

Ci sono luoghi dei quali ti innamori, quando sei un ragazzino, e continui ad andarci, a volte solo per passare del tempo in un posto familiare, a volte perché sai di non poter mancare. Uno dei luoghi di cui mi sono innamorato in questo modo, incondizionatamente, è il campetto da basket di Via Volta.

Ammetto che forse si sia trattato di un sentimento dovuto alla mia passione per questo sport, ma sinceramente non credo che sia l’unico motivo che mi ha convinto della straordinarietà di quel campo. Lasciate che provi a spiegarmi, anche se non è mai semplice spiegare un sentimento: quel cemento a volte scivoloso ed insidioso, gli alberi sul lato della strada che offrivano riparo dal sole estivo a chi non stava giocando, i tabelloni, i ferri, le retine, persino le linee disegnate su quel pavimento, erano speciali. Quando giocavo là, su quel cemento, tirando il pallone verso quegli anelli rossi, ero felice. Lo ero sempre. Ero un ragazzino innamorato del basket, era probabilmente normale sentirsi così, avendo la possibilità di giocare senza che un allenatore ti rimproverasse per un passaggio sbagliato, sfidando giocatori più vecchi, più bravi o semplicemente più furbi e determinati a vincere. Eppure, a distanza di anni, oramai di decenni, tutte le emozioni che sentivo da adolescente sono ancora lì, scolpite in quel cemento, riflesse in quei tabelloni, condivise con tutti quelli che passano dalla “Volta” per fare una partita.

Il campetto è cambiato, da quando ho mosso i miei primi passi in quel tempio sacro: non ci sono più alberi a fare ombra, si sono succeduti ferri, tabelloni e retine a causa dell’usura del tempo e dell’utilizzo sconsiderato del campo. Persino il cemento non è più lo stesso, è stato rifatto nel 2006, sostituito da un fondo altrettanto insidioso e scivoloso. Lo ricordo bene, non certo perché abbiamo vinto il Mondiale, ma perché a casa mia ho un pezzo di quel campo. L’ho preso mentre gli operai lavoravano, in un pomeriggio di luglio, perché non potevo sopportare che tutto il sudore che avevo versato su quelle mattonelle andasse perduto. Sembra stupido ora che ci ripenso, ma all’epoca aveva senso, e credo che ce l’abbia ancora. C’è chi conserva il primo dente caduto, chi l’orsacchiotto di pezza... ogni persona si lega in maniera simbolica a qualche oggetto della propria giovinezza. Io ho deciso di legarmi a quel cemento, consapevole del fatto che per me rappresenta molto più di ciò che sembra.

Nel 2015 insieme a Matteo Marchi e ad alcuni altri fidatissimi amici ho deciso di assumermi l’onere e l’onore di organizzare il torneo estivo della Volta; ci siamo impegnati come matti per offrire il miglior evento possibile sia ai partecipanti che agli spettatori, ed in 3 edizioni abbiamo costruito a mio parere qualcosa di straordinario: non solo il torneo, ma anche il camp, il Village, la gara delle schiacciate... e tanto altro.

Purtroppo però questo evento richiede un impegno che quest’anno non riusciamo ad assumerci; credetemi quando vi dico che è stata una decisione molto sofferta, perchè ne abbiamo parlato per mesi, valutando ogni opzione, cercando ogni soluzione per proseguire in questa avventura. Alla fine abbiamo deciso che organizzare un torneo “ridotto”, o non dedicarci la stessa cura che ci abbiamo messo fino ad oggi sarebbe stato un tradimento verso quel campetto che amiamo così tanto. La Volta merita qualcosa di grande, e noi in questo momento non possiamo darglielo.

Siamo certi che il Playground porterà pazienza, ci perdonerà e sarà ancora lì ad aspettarci nel 2019. Non vediamo l’ora.